Salia Musala: la fratellanza del popolo Kakwa oltre le frontiere nazionali

Nel cuore della regione del West Nile, tra Uganda, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo (RDC), vive il popolo Kakwa, una comunità che da secoli incarna un’idea di confine molto diversa da quella occidentale a cui possiamo essere più abituati. Al centro di questa visione c’è il concetto di Salia Musala — un termine in lingua Kakwa che può essere tradotto come “tre pietre del focolare”, ma che racchiude significati molto più ampi. Il concetto di Salia Musala richiama anche l’immagine di un grande ficus a tre tronchi, le cui radici si estendono nei tre territori oggi separati da confini statali: Uganda, Sud Sudan e RDC. L’albero, quindi, non è solo un punto di riferimento geografico, ma un simbolo di unione, radicamento collettivo ed appartenenza condivisa.

La divisione di questi territori, imposta dalla logica del colonialismo europeo alla fine del XIX secolo, ha tentato di spezzare quell’unità. Con la nascita degli attuali stati, basati sul modello dello Stato-nazione moderno a seguito della Conferenza di Berlino del 1884-1885, il confine è diventato sinonimo di controllo, esclusione, militarizzazione. Questa logica, basata su una visione occidentale dello spazio politico, si è sovrapposta con forza alla mobilità che caratterizza le relazioni tra i Kakwa. Nonostante i confini, Salia Musala continua comunque a vivere nella memoria e nella pratica quotidiana di queste comunità.

La fratellanza Kakwa, infatti, non si è dissolta con l’introduzione delle frontiere. Ancora oggi, le comunità distribuite nei tre Stati mantengono stretti legami familiari, culturali e commerciali. Parlano la stessa lingua, celebrano gli stessi riti, coltivano la terra secondo saperi condivisi ed attraversano i confini per ritrovarsi. In molte zone di frontiera, i mercati si svolgono in uno spazio “tra” gli Stati, dimostrando che il confine, più che separare, può fungere da luogo di contatto. In questo senso, Salia Musala non è solo una metafora: è una pratica viva, un modo di abitare lo spazio che privilegia la relazione anziché la separazione.

Questa visione si collega profondamente alle riflessioni contemporanee sul tema della migrazione. Nel suo libro Io sono confine (2009), Shahram Khosravi descrive i confini come dispositivi che “separano non solo spazi, ma anche possibilità di vita”, sottolineando quanto l’idea moderna di frontiera sia profondamente legata all’esclusione. Eppure, egli afferma anche: “La gente si muove, sempre si è mossa, e continuerà a muoversi. Nessun confine può fermare il desiderio umano di cercare un altrove.” Il popolo Kakwa ne è una dimostrazione vivente: nonostante i limiti imposti, continua a muoversi, a scambiarsi saperi, beni ed affetti.

Riflettere su Salia Musala significa mettere in discussione la naturalità dei confini e l’idea stessa che la divisione sia inevitabile o necessaria. Significa anche riconoscere che l’appartenenza può essere plurale e radicata in una storia comune. In un mondo sempre più attraversato da muri e barriere, ACAV vuole fare suo il messaggio del grande albero dalle radici transnazionali: ciò che ci unisce è più profondo di ciò che ci divide.

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